Il
2006 ha visto finalmente l' esordio discografico dei Devoid, band attiva
ormai dal 2000, grazie al ricco e curato "Wahed" (Oinè
Record),
dopo che Ivan Franzini e compagni hanno passato poco più di un lustro ad
incidere demo ed EPs, oltrechè farsi le ossa nella realtà del sud
pontino e nel circuito nazionale esibendosi in performances live di ottimo
livello.
La
loro ultima opera è quanto di più interessante, peculiare e moderno ci si possa aspettare:
La
maestria tecnica degli elementi della band scorre fluidamente, senza mai
risultare pedissequa o noiosa, lungo le 11 tracce del cd (di cui una
bonus), sul tessuto di un rock "damascato", impreziosito da trame dal genuino sapore mediterraneo che
si insinuano in bizzarre architetture musicali; ne
risulta un "World Rock" che attualmente può vantare pochissimi
pari, capace di emozionare grazie all' energia di un sound corposo e
graffiante, dal timbro inconfondibile, che puntualmente va a reagire
(senza mai entrare in contrasto) con linee melodiche fantasiose, ardite e
talvolta trasognate.
Nella
band militano ben due percussionisti, Massimo Palazzo (batteria) e
Vito
Cardellicchio (percussioni), in un perfetto dialogo ritmico supportato
dalla bravura tecnica e dall' estro di Alessando Lombardi
(basso).
Il
tutto è condito dai bizzarri testi scanditi dalla buona voce di Ivan
Franzini (cantante - chitarrista) recitati in un arabo maccheronico che
contribuiscono a dare vitalità e freschezza alle composizioni.
Per
ascoltare il cd e per reperire maggiori informazioni ecco il sito
ufficiale della band www.devoid.it
FERDYBEAT
ha intervistato Ivan (che ringraziamo), anche e soprattutto per fare il punto sulle influenze
ed i punti fermi del progetto musicale marchiato Devoid. Ciò che ne
risulta rispecchia a nostro avviso tutte le peculiarità della band:
Franzini, eccellente musicista, illustra la filosofia di vita
dei componenti del gruppo, la quale è forse l' unica vera grande influenza che
pervade e dà vita ai Devoid.
Le
vostre musiche sono ricche di influenze: prog, hard rock, “spruzzi” di jazz e fresche trame mediterrannee qui e là. Una cosa è certa, siete difficilmente collocabili in un determinato ambito; come mai un tale
"casino"?
Io non lo definirei casino ma “spontaneo crossover”, cioè la summa dei nostri gusti musicali che inevitabilmente si fondono fino a creare lo stile musicale della band. Naturalmente, siamo ben consci di non essere facilmente collocabili in un determinato ambito o circuito musicale, il che, credimi, è un fatto più negativo che positivo. Ma questo è il nostro modo di fare musica e andremo avanti così, sperando che la trasversalità del nostro repertorio possa prima o poi trovare maggiori spazi e riconoscimenti.
Raccontaci quanto è difficile “strisciare” nell’ underground
Per noi, appunto, è una cosa difficile se non addirittura proibitiva. L’underground locale
(quello del sud pontino, ndi) è quasi inesistente, quindi si hanno pochi luoghi ed occasioni a disposizione per poter proporre le proprie cose dinanzi ad un pubblico ricettivo. Come è difficile muoversi anche in ambiti più grandi, perché se non sei costantemente sul posto e/o non hai un seguito fisso di persone, gli organizzatori dei vari festival underground non ti tengono in considerazione, e i proprietari dei vari locali da concerto non ti passano nemmeno un bicchier d’acqua, non importa quanto particolare sia la tua proposta musicale. Se fossimo degli spensierati teenagers benestanti, riusciremmo a interagire meglio con tale realtà, ma siccome non siamo né l’una né l’altra cosa, cerchiamo di procurarci solo quei contatti che tengano in considerazione le nostre esigenze, che poi sono davvero poche. In generale, comunque, credo che praticare l’underground nazionale non sia facile per nessuno.
Indubbiamente i De Void sono musicisti eccezionali per fantasia ma soprattutto per tecnica; qual’ è il
vostro background “accademico”?
Beh, nessuno di noi ha un vero background accademico. Io sono totalmente autodidatta…anzi, suono a orecchio ma non sono ancora diventato orecchione. Zecca ha frequentato per qualche tempo la UM di Roma, ma poi si è dato alla soppressione di vecchiette indigeste in qualità di operatore socio-sanitario, quindi anche lui suona il bisturi in maniera poco accademica. Per quanto riguarda
Omissam (Massimo Palazzo, ndi), non ho assolutamente idea di quali studi abbia fatto, anche perché non gliel’ho mai chiesto. Credo che abbia preso lezioni da qualche parte, forse a Napoli, forse a Roma. Anche Vito, che da anni lavora come musicista professionista, ha prevalentemente studiato da autodidatta, frequentando poi dei corsi di perfezionamento presso insegnanti di percussioni africane sia a Napoli che a Roma. Magari Omissam si trovava nella stanza accanto a quella dove Vito studiava percussioni, ma i due si sono incrociati ritmicamente solo qui in zona. Una cosa è certa: siamo gente che ascolta un sacco di musica il che, a mio vedere, vale molto di più del freddo studio accademico, almeno fino ad un certo livello.
Come è andata la vostra ultima produzione?
Lunga e sofferta in quanto squattrinata, ma soddisfacente. Siamo riusciti a sopportare vari ritardi e difficoltà, anche grazie al fondamentale contributo di alcuni amici che hanno lavorato al nostro disco, che Allah gliene renda merito!
“Wahed” è un album che cerca di catturare l’energia che siamo soliti sprigionare dal vivo senza rinunciare però al lavoro di cesello tipico dello studio di registrazione. Nonostante la penuria di mezzi e le difficoltà di cui sopra, credo che abbiamo conseguito l’obiettivo che ci eravamo prefissati, quindi ci riteniamo soddisfatti. Ora stiamo lavorando a nuove idee che esprimono in modo sempre più compiuto il concept musicale dei De Void, quindi speriamo di poter realizzare in futuro un album stilisticamente ancora più compatto rispetto alla nostra ultima fatica(ta).
Cosa ti soddisfa come musicista? Nello specifico, quando un’ artista può ritenersi “arrivato”?
La cosa che più mi soddisfa è fare la musica che mi piace avendo la sensazione di farla davvero bene: deve soddisfare me innanzitutto. Se poi arrivano riscontri positivi dal pubblico, beh…ancora meglio.
Non so proprio quando un musicista possa sentirsi “arrivato”…io penso di non aver ancora “iniziato”, e ciò è uno stimolo a migliorarsi sempre, credo.
Mi sento un musicista “arrivato” solo quando giungo ad un locale dove devo suonare dopo aver sbagliato strada almeno due o tre volte…questo si che mi fa sentire un artista assolutamente realizzato ma anche un autista un po’ rincoglionito…