Impossibile
spendere poche righe sui Gentle Giant, la band inglese che ha contaminato
arie medievali, folk britannico e suggestioni gregoriane per dar vita ad
un art rock destinato ad influenzare tutta la scena prog europea, italiana
soprattutto, riscuotendo negli anni un timido successo di pubblico ed i
plausi della critica.
Un
rock così peculiare e bizzarro con il quale diventa difficile fare anche
il contrario di "spendere poche righe";
rimandiamo
all' ascolto di due albums, significativi delle fasi alterne della band,
uno più sperimentale e ricco di suggestioni (ACQUIRING THE TASTE),
un altro in cui cominciano ad evidenziarsi i segnali della "nuova
rotta" dei Gentle Giant (IN A GLASS HOUSE), che presto
vireranno ad un rock più canonico, anche se tutt' altro che banale ed
immediato.
Tutti
e due i lavori presantano però le preziose e rare(fatte) atmosfere della
band, una pietra miliare che pesa come un macigno su tutta la storia del
rock.
Ascoltare
per credere.
Acquisire
il gusto.
Ferdinando
Santonicola
Acquiring The Taste
Dopo il discreto successo ottenuto con il loro album d’ esordio, i
Gentle Giant si buttano a capofitto nella realizzazione del loro secondo album,
“Acquiring The Taste”.
Come la stessa band afferma nella breve nota esplicativa inserita all’ interno:
“Il nostro obiettivo consiste nell’ espandere le frontiere della popular music al rischio di renderla molto impopolare”;
mai finalità fu più concretizzata:
“Acquiring The Taste” è senza dubbio, all’ interno della storia del rock, uno degli albums più underground e meno ossequiosi nei confronti delle masse.
Esso è forse la quint’ essenza di quella definizione che spesso si dà del progressive rock, ovvero
“rock colto”.
In esso sono riscontrabili le bizzarre costruzioni melodiche e ritmiche che costituiranno la peculiarità della band nel corso degli anni:
dissonanze, spunti d’ avant garde classica, toni cupi e dimessi ed un’ impareggiabile maestria tecnica nell' eseguire i brani.
Il sound che ne scaturisce è quanto di più originale ci si possa attendere: esso viene alla luce grazie a suggestivi cori di vaga
ispirazione gregoriana tratteggiati da linee melodiche molto più vicine a litanie di musica sacra che a brani rock, arrangiamenti ricchi di strumenti sinfonici quali archi ed ottoni che contribuiscono ad impreziosire il tessuto dei brani, morbosi ed allucinanti toni fiabeschi, lontani echi di antico folk anglosassone.
Tali elementi fonici si ripetono con perfetta circolarità lungo tutti i brani, senza mai risultare stucchevoli; è questo forse il pregio più alto di
“Acquiring The Taste”, esso rappresenta un composto denso ma assolutamente omogeneo, mai pretenzioso.
Certo, a molti può risultare “indigesto” (perfino allo stesso amante del progressive rock) ma come abbiamo spiegato questa è proprio una delle finalità dell’ LP;
così come afferma la band nelle già menzionate note esplicative, “tutto quello che dovete fare è mettervi comodi ed acquisire il gusto”.
Ferdinando
Santonicola
In A Glass House
"In A Glass House" è la quinta fatica dei
Gentle Giant, la prima orfana di Phil Shulman, una delle anime portanti della band. Ciò nonostante l’album è misurato e curato fin nei minimi particolari, mirabilmente eseguito dai musicisti. Tuttavia in più punti presenta segnali sonori e costruzioni musicali che lasciano presagire un imminente allontanamento della formazione dagli ambienti del progressive rock.
Lungo tutte le tracce aleggia un’ vanescente ombra fatta di suoni “freddi” ed un pò lugubri, che sono forse il sintomo di un’inquietudine creativa. Tuttavia perdura anche in questa fase della band la predilezione per strutture musicali fuori dal comune costruite grazie a toni volutamente dimessi e curiose armonie di ispirazione folk - medioevale che sembrano provenire da un passato ancestrale.
Certo, "In A Glass House" può apparire distante anni luce da prog capolavori della band quali
"Three Friends" ed "Octopus" ed indubbiamente è un lavoro di transizione tra il progressive ed un rock più “composto”, ciò nonostante è in grado di donare memorabili spunti anche all’ amante del prog più fedele.
L’album esordisce con la mini suite “The Runaway”, la quale si apre con una brevissima “rapsodia” di vetri fracassati montati a tempo di musica. Il brano è ricco di variazioni tematiche egregiamente legate fra loro da brevi a soli di moog synthesizer. Questo strumento è il “legante” fonico di tutto l’LP. Grazie ad esso
Kerry Minnear (tastierista) si riconferma indiscusso padrone e maestro dei suoni più elementari dello strumento.
“An Inmates Lullaby”, così come suggerisce il bizzarro titolo, è una ballata onirica costituita da suoni pacati e dolci i quali si ripetono di continuo lungo tutto il brano. Questi sono però “scossi” dagli energici interventi dei timpani i quali percuotono l’intera struttura del brano in più punti.
Tali intromissioni suggeriscono curiosi spunti di Avant Garde.
La suite “Way Of Life” è forse la più controversa dell’album. Essa è divisa in due parti distinte, la prima, più orecchiabile ed immediata, presenta freddi e pungenti toni di synth “conditi” da una fase ritmica incalzante e misurata, curiosamente proiettata verso un futuro che ha il sapore di atmosfere anni ottanta. La seconda parte è introdotta da un distensivo ponte musicale che sul finire s’abbandona a deliziosi slanci melodici per piombare poi in una breve “zona d’ombra” costituita da toni lugubri. Prima di un sinistro finale realizzato con uno spettrale organo a canne sintetico, i due temi vengono riproposti con qualche piccola variazione.
Le ispirazioni di stampo folk – medioevale già citate (e già più volte proposte in precedenti lavori discografici dei Gentle Giant) appaiono con forza nelle altre due suites dell’LP.
“Experience” e la title track sono infatti due brani di media lunghezza che si fanno apprezzare soprattutto per la professionalità con la quale le innumerevoli variazioni di tempo e tono sono state elaborate ed affrontate dalla band.
La complessità dei brani è notevole, ciò nonostante le splendide melodie di cui sono costituiti riescono a garantire un flusso emozionale che altrimenti rischierebbe di perdersi fra gli arditi e ripetuti a soli eseguiti dagli strumentisti.
Proprio in ragione di ciò “Experience” ed “In A Glass
House” sono i brani più emblematici di tutto l’album: rappresentano una ideale mediazione tra la “digeribilità” di un brano rock e la complessità (alle volte troppo audace ed incontrollabile) propria del progressive.
Nell’ album trova spazio anche una gradevolissima “isola” di folk – melodico acustico:
“A reunion” (V traccia), ovvero un’incantevole ballata per voce e chitarra impreziosita dal suono di due strumenti ad arco.