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LOCANDINA DEL FILM Quando
si pensa a J. C. Superstar, la mente corre al film di N. Jewison del 1973,
il quale rappresenta un ingombrante manifesto generazionale per i
“ragazzi della contestazione” di tutto il mondo, nonché una cartolina
d’ addio, forse un po’ kitsch, alla stagione dei fiori, a quel tempo
oramai estintasi. Tali
riflessioni sono vere, altresì rischiosamente fuorvianti, omettono di
raccontare, infatti, la vera natura di questo esteso lavoro musicale
firmato Andrew Lloyd Webber (il quale, dopo tale fatica, si prodigherà in
numerosi “polpettoni” musicali sino ad arrivare al melenso
“Evita”). Il
compositore ed il suo librettista, Tim Rice, hanno fra le mani un progetto
che combina l’ azione scenica del teatro con l’ energia esplosiva del
Rock ‘N’ Roll. Soggetto di tale idea è la figura di Cristo analizzata
da un punto di vista non spirituale, bensì umano, dove il pensiero di
Giuda Iscariota è il “filtro” con cui operare tale visualizzazione. Siamo nel 1969 ed i due autori possono vantare a questo punto, loro malgrado, numerosi rifiuti da parte di molti impresari teatrali.
ANDREW LLOYD WEBBER (COMPOSITORE) E TIM RICE (LIBRETTISTA) Tuttavia
la provvidenza divina ci mette del suo ed in quello stesso anno il manager
di Lloyd Webber riesce ad ottenere una rappresentazione nientemeno che a
Broadway, per il lavoro del suo cliente. Non
tardano a piovere critiche poco favorevoli a causa del soggetto
utilizzato, ma nel giro di poche rappresentazioni lo spettacolo fa
registrare una discreta affluenza di spettatori; Tim
Rice è sempre più convinto che Jesus Christ Superstar possa ottenere un
successo di pubblico ancor più ampio. Egli
si rivolge dunque ai produttori della Universal Picture, i quali in
principio mostrano lo stesso scetticismo ostentato dagli impresari
teatrali qualche anno addietro. I
finanziatori dell’ industria cinematografica restano però affascinati
dalle musiche del progetto e si convincono del fatto che questo Gesù
Cristo in versione Rock Star possa essere un eccellente prodotto per un
pubblico di giovani. Agli
autori è però posta una condizione: il film si farà solo dopo che il
lavoro sarà inciso su vinile, in versione esclusivamente discografica e
solo nel caso in cui l’ album sappia tener testa al successo riscosso
sul palcoscenico. La
Universal affida il progetto al manager Brian Brolly della MCA Records. In
pochi mesi Tim Rice e Lloyd Webber si mettono al lavoro per adattare il
proprio lavoro, in altre parole per trasformare il loro musical in una
Rock Opera, la quale diventerà la seconda mai realizzata in ordine di
tempo dopo Tommy degli Who. Gli
arrangiamenti orchestrali alla partitura di Lloyd Webber sono affidati al
maestro Andrè Previn. Lloyd Webber teme che l’ eccessiva dimensione “classica” del direttore d’ orchestra possa inficiare la “verve” underground del suo lavoro, egli decide di conseguenza di porre in maggior risalto gli aspetti più immediatamente Rock dell’ opera, sfruttando al massimo il sound di un genere che in quell’ anno (1971) sta dettando legge negli ambienti musicali più disparati: il genere in questione è il progressive rock. TED NEELEY (GESU’ CRISTO), CARL ANDERSON (GIUDA ISCARIOTA) ED YVONNE ELLIMAN (MARIA MADDALENA) Affianco
ai professori d’ orchestra guidati dall’ esperienza di Andre Previn
viene inserita una formazione Rock capitanata dalle tastiere di John Lord
(leader dei Deep Purple): gli splendidi arrangiamenti e l’ enorme varietà
di temi musicali fanno il resto; sullo sfondo della sterminata trama
concept che narra le complesse vicende degli ultimi giorni di vita di Gesù
Cristo, si dipana una splendida rock opera destinata ad entrare nella
leggenda, forse l’ unica in grado di celebrare appieno (soprattutto ora
che la si ascolta a distanza di anni) i fasti del progressive rock dei
settanta. La
versione discografica della MCA raccoglie i migliori interpreti che sino a
quel momento si erano cimentati nelle non facili partiture di Jesus Christ;
il ruolo del rabbhi di Nazareth è affidato a Ted Neeley, cantante dalle
spiccate doti tecnico – interpretative, capace di modulare le emissioni
vocali con eccezionale maestria. Carl
Anderson, afro americano (deceduto nel 2002 per malattia), nonostante la
complessità delle linee melodiche affidate al suo personaggio, riesce a
delineare un emozionante Giuda Iscariota sfruttando appieno i toni
drammatici della partitura grazie al suo incisivo registro vocale che
negli slanci più acuti si colora di fascinosi toni “bronzei”. Yvonne
Elliman è una seducente Maria Maddalena dal timbro dolce e delicato, la
quale in più punti però mostra scarsa intelligenza musicale nell’
esprimere il travaglio interiore del personaggio abbandonandosi a
trasognati toni melensi. Jesus
Christ su vinile è soprattutto un crogiuolo di tecnica musicale, ne è
testimonianza l’ egregio affiatamento tra gli orchestrali, la formazione
rock, coro ed interpreti principali. Certo,
esso è costituito anche da “furbi” hit singles costruiti su battute
in levare che preludiano ad esplosioni melodiche “strappa –
applausi” (la title track, “Could We Start Again”, “Everything
It’ s Allright”), conditi da “innesti” polifonici, destinati a far
scuola, i quali arricchiscono di toni epici il lavoro. Ma affianco questo retaggio figlio dei palcoscenici di Broadway trovano spazio anche arie colme di tensione emotiva e fascinosamente dense di elementi prog, tracciate grazie a divagazioni strumentali ricche di variazioni tematico – tonali ed a soli funambolici d’ organo e chitarra, i quali accompagnano egregie parti vocali, solistiche o polifoniche che siano (l’ “Overture”, “Heaven On Their Minds”, “The Last Supper”, “Pilate’ s Trial”). NORMAN JEWISON (REGISTA) Il
doppio LP esce sul mercato nel ’71 e la critica è da subito divisa nei
giudizi, il consenso di pubblico è molto timido, ma i già citati hit
singles trascinano il rock di Jesus Christ in numerose stazioni
radiofoniche, la Universal Picture dà dunque il suo ok alla realizzazione
del film (distribuito poi nelle sale nel 1973) affidando la regia a Norman
Jewison, reduce dai fasti tributati al suo film di qualche addietro, lo
storico “In The Heat Of The Night”, qui in Italia noto con il titolo
“La Calda Notte Dell’ Ispettore Tibbs” (del 1967). Nella
realizzazione della pellicola non verrà utilizzata la versione
discografica uscita sul mercato a marchio MCA Records, ma ne verrà incisa
un’ altra, da utilizzare esclusivamente per il film, al fine di
semplificare le delicate operazioni di sincrono labiale. Ferdinando Santonicola
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