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Longa Vita, una retrospettiva su 

 

THE NICE

 

I NICE NEL 1968

 

Nel 1969 una band inglese uscì sul mercato con l’ album dal titolo in lingua latina “Ars Longa Vita Brevis”; la vita è breve l’ arte dura nel tempo, potremo tradurlo così.

In effetti i Nice hanno avuto vita breve, ma anche il merito di iniziare un discorso che poi ha continuato nel tempo, toccando vertici altissimi, “pioneristicamente” esaltante (o in altre parole) dall’ immenso valore storico.

 

Facendo qualche passo indietro da quel 1969 è interessante notare come questa formazione capitanata da un ragazzo dallo sguardo fiero, forse un po’ pieno di sé, capace di fare cose funamboliche con il suo organo Hammond, si sia fatta largo tra le folle suonando dapprima jazz ed R&B in cantine dall’ aspetto decadente;

il ragazzo di cui stiamo parlando è oggi sulla bocca di tutti gli amanti del prog (nel bene e nel male), è un tastierista che ha rivoluzionato lo stile del rock organ e che ha saputo esplorare appieno le potenzialità foniche del leggendario Moog synthesizer;

stiamo parlando di Keith Emerson.

 

La Prima data importante nella storia della band è il 1967, anno in cui si presenta ai Nice la prima chanche verso il successo: Andrew Oldham, titolare della piccola etichetta <<Immediate Records>>, ha nella sua scuderia una pop-soul singer di discreto successo, P. P. Arnold, a quel tempo artefice dell’ hit “The First Cut Is The Deepest”.

P. P. è stanca del suo gruppo spalla poiché poco aggressivo e graffiante, di conseguenza non in linea con la nascente stagione dei fiori, la quale richiede arrangiamenti ed atteggiamenti più euforici e “scoppiettanti”;

la cantante fa dunque pressioni su Oldham affinché i più istrionici Nice possano essere la sua backin’ band.

Presto detto, Keith Emerson e compagni seguono i brani black music di miss Arnold in svariate occasioni per più di un anno.

Durante gli shows, però, i Nice riescono a ritagliarsi uno spazio tutto loro per eseguire i propri brani:

il pubblico viene letteralmente rapito dal loro stile che combina in un’ unica travolgente soluzione brani classici (di Bach, Mozart, Sibelius ed altri) con stilemi propri dell’ acid rock e pop (influenze di Beatles, The Jimi Hendrix Experience e Crazy World Of Arthur Brown).

Ciò è possibile grazie alla eccellente formazione classica di Emerson ed alla predilezione di Lee Jackson (bassista) e Brian Davison (batterista) nell’ esprimere durante i concerti quella forza ritmica contenuta in brani jazz ed R&B con i quali da sempre si sono cimentati. Certo, i due sono tecnicamente inferiori al talentuoso pianista, ma assolutamente efficaci nello svolgere il proprio compito.

Più marginale risulta il ruolo di David O’ List, chitarrista dalle scarse qualità tecniche che tenta, suo malgrado, di porsi alla ribalta delle scene quale impacciato emulo di Jimi Hendrix.

 

KEITH EMERSON, LEE JACKSON E BRIAN DAVISON

 

In poco tempo il pubblico accorre numeroso per godere delle pirotecniche performances del gruppo spalla, che nel frattempo si è accattivato le folle anche grazie a trovate sceniche che faranno storia (fiamme sul palco, coltelli lanciati da Emerson sull’ organo e talvolta maldestramente sul pubblico, strumenti musicali che esplodono e via discorrendo).

Oldham non sta a guardare compiaciuto, toglie la band ad una comprensibilmente contrariata P. P. Arnold ed offre un vantaggioso contratto ai Nice, i quali già sul morire del 1967 si esibiscono in numerose occasioni nello storico Marquee Club di Londra, figurando al fianco di mastodontici nomi quali The Who, The Rolling Stones ed Hendrix.

Quest’ ultimo rimane così impressionato dalla formazione che ad ogni costo la vuole accanto a sé in mini festivals dove figurano (tra gli altri) i primi Pink Floyd.

Giunti a questo punto risulta chiaro che stiamo parlando di un periodo non semplice nella storia della musica, un’ epoca di transizione che si erge come spartiacque in un delicato clima di cambiamento culturale.

Non a caso i Nice di Keith Emerson sono forse l’ emblema di tale transizione, la band che più di tutte ha saputo incarnare il passaggio dall’ acid all’ art rock, partendo da felici contaminazioni atte a sposare la musica classica e la popular music.

Non a caso la musica dei Nice è molto meno semplice di quanto possa apparire, anche nei brani più disimpegnati vi sono numerosi segnali di tale cambiamento.

 

THOUGHTS OF EMERLIST DAVJACK

 

Questa soluzione di “transitorietà”, seppur piuttosto diluita, è presente in <<The Thoughts Of Emerlist Davjack>> [Immediate Records, 1967], la prima fatica della band.

L’ album è intriso di brani in flower pop style che a volte mostrano lati un po’ velleitari ed ingenui (i cori dellla title track, i toni dimessi di <<The Cry Of Eugene>>, i colori espressi in <<Flower King Of Flies>>, le lisergiche masturbazioni contenute in <<War And Peace>>).

<<Rondò>> rappresenta un discorso a parte: il brano è costituito dalle melodie del <<Rondò A La Turc>> di W. A. Mozart miste ad un contrappunto bachiano.

Queste sono egregiamente eseguite all’ organo da Emerson che le inacidisce quanto basta, Davison e Jackson “condiscono” il tutto con un costante martellamento ritmico, creando così quella fase progressiva che costituirà il marchio di fabbrica della band: le fondamenta del pop sinfonico sono ormai scavate nel terreno della storia.

 

L’ anno successivo Keith Emerson decide di sbarazzarsi del chitarrista David O’ List; non verrà mai sostituito da alcuno, l’ asse portante delle melodie dei Nice, da questo punto in poi, saranno solo ed esclusivamente le tastiere.

E’ dello stesso periodo la pubblicazione del celeberrimo 45” <<America>> [Immediate Records], dove il brano (tratto da <<West Side Story>>) del compositore Leonard Bernstein va a fondersi su di un tessuto rock sapientemente distorto e dal ritmo incalzante.

Le urla disumane condite di spari in apertura e la voce di un bambino che recita stentatamente il secondo emendamento della costituzione degli U.S.A. in chiusura, sono gli ingredienti che elevano il brano ad appassionata polemica contro l’ imperialismo americano.

Durante un’ esecuzione del brano in una manifestazione anti-apartheid tenuta alla Royal Albert Hall, in presenza di un ambasciatore statunitense, Emerson brucia la bandiera americana posta sul palco per protesta.

Come egli stesso avrà modo di dire:

“I Nice erano sempre andati meravigliosamente…. Almeno sino a quel momento!”.

 

Difatti, il tour americano della band viene annullato ed il tastierista si guadagna le prime pagine dei giornali di mezzo mondo, oltre ad un esplicito divieto di esibirsi nuovamente nella prestigiosissima Hall londinese vita natural durante. Tale veto sarà però revocato nel 1992.

 

ARS LONGA VITA BREVIS

 

Nel 1969 appare sul mercato il secondo LP dei Nice (il già citato “Ars Longa Vita Brevis” [Immediate Records]). Le contaminazioni espresse nei lavori precedenti prorompono questa volta in modo vistoso lungo tutto l’ album:

l’ arte di Emerson e compagni va ad incontrare le non facili partiture di Sibelius (<<Intermezzo From Karelia Suite>>) e del <<Branderburgern>> concerto di Johann Sebastian Bach (quest’ ultimo contenuto nella lunga suite che da nome all’ album).

Vi è tuttavia ancora spazio per graziose “isole” pop che fungono da gradevole aperitivo alla seconda facciata (l’ ibrido pop - jazz di <<Little Arabella>>, l’ ironia pungente di <<Daddy Where I Come From>> e gli acidi accenti contenuti in <<Happy Freuds>>).

 

THE NICE

 

Sono dello stesso anno le pregevoli contaminazioni contenute in <<The Nice>> [Immediate Records] che in questo caso abbracciano anche un repertorio più “leggero” quando si parla di covers: sono presenti infatti nella track list curiose rivisitazioni di brani di Tim Hardin (<<Hang On To A Dream>>) e di Dylan (<<She Belongs To Me>>). Il primo “subisce” uno splendido arrangiamento per pianoforte ed un intermezzo a carattere aleatorio che presenta spunti di jazz rock, il secondo è letteralmente travolto da furiosi a soli d’ organo e da atmosfere prog ricche di suggestione.

Nell’ LP trova spazio anche Rachmaninoff (<<Azraeli Revisited>>) e rispuntano nel repertorio della band le divagazioni mozartiane già presenti nel primo album (<<Rondo ‘69>>).

Questa Terza fatica dei Nice lancia segnali di maturità (giammai vecchiaia!) ed è sicuramente il titolo più elegante in tutto il repertorio della formazione.

 

FIVE BRIDGES SUITE

 

Il 1970 vede la “nascita” discografica di <<Five Bridges Suite>> [Charisma], ultimo album registrato in sala d’ incisione firmato Nice.

Nell’ LP è fatto largo uso di arrangiamenti sinfonici (artefice del quale è il maestro Joseph Eger) e sono presenti numerosissime suite. Forse è proprio per questo che <<Five Bridges>> diventa il successo più alto dei Nice: così tanto prog in un solo album doveva suscitare per forza di cose la curiosità del pubblico nel 1970.

Tuttavia resta il fatto che, nonostante il discreto affiatamento fra i componenti della band e gli orchestrali, l’ album presenta numerosi lati pretenziosi, riscontrabili soprattutto nella sterminata suite d’ apertura (la quale dura circa venti minuti) che in più di un passaggio risulta prolissa e ripetitiva.

Gli spunti sinfonici continuano con un’ altra rivisitazione della <<Karelia Suite>> di Jean Sibelius e con la sesta di Cajekovskij (<<Pathetique Symphony n° 6 3rd Movement>>).

Discorso a parte è rappresentato da <<Country Pie / Branderburgern Concerto n° 6>>, dove i Nice tentano di compiere un’ ardita “summa” della loro poetica musicale contaminando Bob Dylan e Johann Sebastian Bach.

 

NEWCASTLE’ s GIG MANIFESTO

 

Ma il 1970 è anche l’ anno del commiato: Emerson convoca i suoi “compagni d’ arme” e decide di porre fine all’ esperienza con i Nice.

Parte dei motivi che spingono il tastierista verso questa drastica decisione sono riscontrabili nelle sue stesse dichiarazioni:

“Ero stanco del basso registro vocale di Lee (Jackson – ndr), volevo qualcuno nella mia formazione capace di arrivare alle tonalità che eseguivo alle tastiere e che fosse più <<eclettico>>. Lee è una persona adorabile, ma per fargli raggiungere tali tonalità avrei dovuto infilargli una carota su per il sedere!”. Dichiarazioni poco diplomatiche, ma efficaci!

Per proseguire la sua evoluzione stilistica il tastierista si rivolge allora a Greg Lake, bassista cantante e co-fondatore dei King Crimson ed a Mitch Mitchell, taluentoso batterista della Jimi Hendrix Experience, ma questi rifiuta nel modo più assoluto.

Lake ed Emerson si rivolgono di conseguenza all’ altrettanto talentuoso Carl Palmer, percussionista in forza agli Atomic Rooster di Vincent Crane.

Vede così vita il più ambizioso ed il più fortunato progetto progressive di tutti i tempi: gli ELP, ma questa è un’ altra storia.

Brian Davison si unisce dapprima agli Every Which Way e successivamente ai Gong, ma entrambi i progetti non trovano molta fortuna.

Stessa sorte tocca a Lee Jackson con i suoi Jackson Heights.

Nel ’73 i due tornano insieme e riformano i Nice rivolgendosi al pianista svizzero Patrick Moraz (futuro membro degli Yes).

Tale reunion, poichè orfana di Emerson, non trova molto seguito tra i fans, Jackson e Davison, allora, decidono di continuare le proprie carriere come session men e turnisti.

 

VIVACITAS

 

Gli anni a seguire vedono l’ uscita sul mercato di alcune antologie dei Nice che propongono nastri inediti e versioni alternative dei brani più celebri (fra le numerose citiamo <<Elegy>> [Charisma, ‘71] e <<Swedish Radio Sessions>> [Castle / Sanctuary, 2001]).

 

Nel 2002 Emerson, Jackson e Davison si riuniscono sotto l’ egida dei Nice, nasce così il live album <<Vivacitas>> [Sanctuary, 2003], “testimonianza scritta” del tour che in quell’ anno la rediviva band aveva affrontato con successo in tutto il Regno Unito.

Ferdinando Santonicola

 

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